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L’età romana imperiale

L’età imperiale (secc. I-III d.C.)

Durante i decenni coincidenti con l’età augustea, il lungo processo di romanizzazione avviatosi oltre cent’anni prima giunge sostanzialmente a completa maturazione. Sotto il profilo amministrativo il Veneto entrò a far parte, da una data imprecisata tra il 18 e il 12 a.C., della Regio X (denominata più tardi Venetia et Histria). Il Veneto godette da allora per un lungo periodo di una buona stabilità politica e di una straordinaria vitalità sociale e soprattutto economica, generata in larga misura dallo sfruttamento delle risorse agrarie e dalla pratica diffusa dell’allevamento ovino (con la correlata produzione lanaria), celebrato dalle fonti (Strabone, Geographia, V, 1, 7 e 12; Columella, De re rustica, VII, 2, 3; Plinio il Giovane, Epistulae, II, 11, 25; Marziale, Epigrammata, XIV, 152). Direttamente connessa con la produzione di materie prime era la grande spinta mercantile che anima il territorio in questo periodo e di cui lo studio dei materiali archeologici (soprattutto le anfore) e dei loro contesti di produzione ha rivelato sempre più il largo respiro ben oltre i confini regionali.

Protagoniste di questa esplosione furono le vecchie aristocrazie venete, che, divenute ricche borghesie agrarie e mercantili, gestivano commerci e scambi su larga scala, danno vita ad imprese artigiane di medie e grandi dimensioni, amministrano le città e riversano su di esse cospicue somme con donazioni pubbliche. Simbolo di questa dinamica di grande crescita è il centro urbano di Patavium, su cui così si esprime Strabone in due distinti passi: “Queste [città] dunque si trovano molto al di là delle paludi, mentre vi è prossima Padova, eminente fra tutte le città di questo territorio, della quale si dice che nel recente censimento annoverasse cinquecento membri di ordine equestre; ma in antico allestiva un esercito di centoventimila uomini. E anche la quantità delle forniture inviate al mercato di Roma, per lo più ogni sorta di vestiario, sta a dimostrare la floridezza demografica e l’elevato livello industriale della città (Strabone, Geographia, V, 1, 7); “Ho sentito appunto dire che in uno dei censimenti compiuti nei nostri tempi furono censiti cinquecento cittadini gaditani di ordine equestre, quanti non ne possiede nessuna città d’Italia eccetto Padova” (Strabone, Geographia, III, 5, 3).

Ma oltre alle informazioni letterarie sono le fonti archeologiche a fornirci un sempre più chiaro specchio di questo momento di particolare benessere: nelle città il paesaggio monumentale trova infatti il completamento di molti complessi monumentali (aree forensi, teatri, infrastrutture pubbliche) messi in cantiere nel corso della seconda metà del I secolo a.C. o l’avvio di grandi realizzazioni architettoniche che segneranno per sempre il volto delle compagini urbane; così nelle campagne si assiste ad una diffusione capillare del popolamento, tramite fattorie e ville, collegato alle avvenute partizioni agrarie finalizzate ad uno sfruttamento intensivo basato su una forte economia di mercato.

Il clima di pace e di benessere che interessa tutta l’Italia durante il regno di Augusto e dei suoi successori tocca anche il Veneto, trasformato ormai da regione di confine in area interna all’impero in seguito alle conquiste transalpine orientali e settentironali (Pannonia, Illirico, Norico, Raetia et Vindelicia). Le fonti sono avare di notizie sulla storia della regione in questo periodo e non si registrano per il periodo eventi politico-amministrativi di rilievo; sono ancora però le evidenze archeologiche che mostrano nelle città la forza economica della società e dei singoli municipi, manifestata dalle opere notevoli di completamento dei quadri monumentali pubblici e privati. Una spinta talora non indifferente viene in questo campo anche dalle donazioni della casa imperiale, come nei casi di Tiberio ad Altino o di Claudio a Verona che donano ai centri opere di prestigio. Così nel territorio, con la metà del I sec. d.C., può dirsi completata l’opera di regolamentazione idrica e agraria e giunse probabilmente all’apice la produttività agraria e allevatoria.

Momenti di grande tensione politica e militare si dovettero invece vivere nell’anno 69 d.C., quando l’intera regione (Tacito, Historiae, III, 1-35) divenne sede dello scontro per la conquista del potere imperiale tra i sostenitori di Otone, Vitellio e Vespasiano. I confini sud-occidentali (Bedriacum, odierna Calvatone), videro lo svolgimento dei due cruenti scontri tra Otoniani e Vitelliani come tra Vitelliani e Flaviani. Quasi tutte le città furono allora interessate da operazioni dilomatiche e militari. Oderzo, Altino, Padova e Este accolsero Antonio Primo, proveniente dai campi legionari balcanici e rappresentante dei Flaviani; ad essi si opposero i Vitelliani stanziati nel settore meridionale della regione presso Forum Alieni, identificato abitualmente con Montagnana. Questo presidio fu preso e i Flaviani conquistarono successivamente prima Vicenza, città di modicae vires, e poi Verona per farla divenire sede della guerra e base per le operazioni contro Cecina, generale di Vitellio che aveva fortificato il proprio campo tra Ostiglia e il Tartaro. Il tradimento di Cecina produsse l’abbandono del campo sul Tartaro e lo spostamento degli eserciti duellanti prima a Bedriaco, per il secondo scontro, e poi a Cremona, dove ebbe luogo la vittoria definitiva della parte di Vespasiano.

Dopo il 69 d.C. per un altro lungo periodo di quasi un secolo la storia del Veneto è lasciata sostanzialmente in ombra dalle fonti letterarie. Il conseguente necessario ricorso alle evidenze archeologiche offre qualche informazione preziosa; già dalla fine del secolo le città e le campagne mostrano un venir meno di nuovi interventi edilizi con progressiva, lenta ma irreversibile crisi del sistema mercantile ed economico.

Sembra in sintesi che già dalla fine del I sec. d.C. molti abitati risentano di un momento di difficoltà generalizzata che inizia a toccare la penisola italica con lo spostamento del baricentro economico verso le regioni meridionali e orientali del Mediterraneo (Africa in particolare). Diverse città perdono vitalità e si avvertono i primi segni di recessione nella manutenzione urbana con casi di abbandono di aree abitate o di loro trasformazione funzionale.

Il fenomeno appare solo iniziato nella prima metà del II sec. d.C., ma si intensifica con il passare dei decenni. A questa generale stasi si aggiunge nel 167 d.C. un episodio certamente isolato ma premonitore: l’improvvisa discesa in Italia delle tribù dei Quadi e dei Marcomanni. Secondo l’esplicita testimonianza di Ammiano Marcellino e di altre fonti (Ammiano Marcellino, Res Gestae, XXIX, 6, 1; Scriptores Historiae Augustae, Antoninus Pius, XIV, 1-2; Cassio Dione, Historia Romana, LXXI, 3, 2; Luciano, Alexander, 48), queste popolazioni invasero l’Italia tra il 167 e il 170 d.C. e, dopo aver assalito e distrutto Oderzo, si rivolsero anche contro Aquileia. Solo l’accorrere nello scacchiere nord-orientale del prefetto del pretorio T. Furio Vittorino e dei due Augusti Marco Aurelio e Lucio Vero produssero la cacciata degli invasori. E proprio Lucio, durante il viaggio di ritorno da Aquileia a Roma, non longe ab Altino, fu colto da malore e morì dopo tre giorni.

La scorreria di Quadi e Marcomanni aveva riportato in evidenza il valore strategico dell’area veneta quale corridoio di transito verso l’area europea orientale. La fascia adriatica costiera vide per questo dalla fine del II secolo in poi il transito regolare di legioni e imperatori impegnati tra Pannonia e Illirico a contenere invasioni, come nel caso di Commodo dopo la morte di Marco Aurelio nel 180 d.C. Altre volte (Settimio Severo nel 193 d.C.), l’imperatore eletto dalle legioni stanziate in area balcanica attraversò la regione diretto in Italia e le varie città delle regioni adriatiche non ebbero l’ardire di opporsi (Erodiano, Historia, II, 11, 3; II, 11, 6). Un altro celebre “passaggio” nel quadro delle contese imperiali si ebbe nel 238 d.C., quando le milizie di Massimino il Trace condussero a Roma la testa mozzata del loro imperatore transitando per Altino e Ravenna lungo la via endolagunare da Altino a Ravenna (Erodiano, Historia, VIII, 2-6). Appena dieci anni dopo (249 d.C.) il centro dello scontro si spostò a Verona che vede opporsi Filippo l’Arabo e Decio nella lotta per la conquista del potere (Aurelio Vittore, De Caesaribus, XXVIII, 10; Pseudo Aurelio Vittore, Epitoma, XXVIII, 1-2; Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, IX, 3).

Il riflesso del precario stato di sicurezza di tutti i centri della regione è rappresentato dagli interventi di consolidamento delle fortificazioni. Celebre per la memoria epigrafica di cui disponiamo (CIL, V, 3329 = ILS, 544) è l’intervento di Gallieno a Verona; l’imperatore che fronteggiò presso Milano (258 d.C.) Goti e Alamanni potenziò le cortine con torri (tra l’aprile e il dicembre 265 d.C.) e circondò l’anfiteatro con un nuovo tratto di cortina.

La lunga iscrizione celebrativa incisa sull’architrave dei fornici esterni della Porta Borsari di Verona in cui Gallieno esalta i lavori fatti eseguire sulle fortificazioni cittadine poco dopo la metà del III sec. d.C.

Così ad Oderzo fu ristrutturata la postierla del tratto sud-est delle mura tra il III e il IV sec. d.C. e a Vicenza fu potenziata la cortina con l’addosso di una torre. E poco dopo Verona tornò ad essere teatro di scontri tra il corrector Sabino Giuliano e l’imperatore Carino, risultato vincitore in campis Veronensibus (Pseudo Aurelio Vittore, Epitoma, XXVIII, 6).

La centralità della regione nel quadro militare si riflette anche nella dislocazione a Concordia, forse già alla fine del III sec. d.C., di un presidio stabile militare (21 reparti) di comitatenses; tale scelta fu probabilmente connessa all’impianto in città di una fabbrica imperiale di frecce, nominata dalla Notitia Dignitatum (Notitia Dignitatum, pars occidentalis, IX, 24-29); a Verona fu dislocata invece una fabbrica di scudi e di armi (Notitia Dignitatum, pars occidentalis, XLII, 54).

In un ampio tentativo di ristrutturare l’impero nel 297 d.C. l’imperatore Diocleziano mutò anche l’assetto amministrativo della regione del Veneto, che fu allora inserita nella provincia Venetia et Histria (di cui Aquileia era capoluogo) e venne ad essere governata da correctores e poi (dal 365 d.C.) da consulares.

In questo mutare dello scenario politico-militare tra II e IV sec. d.C. il Veneto conosce però anche, come molte regioni dell’Italia antica, una profonda evoluzione delle strutture socio-economiche.

La crisi dei mercati italici, soppiantati da quelli mediterranei e orientali, ebbe i suoi effetti sui municipi e sulle borghesie cittadine che persero progressivamente anche potere e autonomia politico-finanziaria.

Le difficoltà economiche in cui si dovettero dibattere i centri sono rivelate da molti indicatori archeologici e dalla presenza tra II e III sec. d.C. in quasi tutti i centri (Verona Asolo, Adria, Vicenza, Padova, Oderzo, Concordia) di magistrati straordinari (curatores rei publicae) incaricati di sanare situazioni economiche problematiche. Simili funzioni di riordino svolsero anche i correctores. Il panorama non è ovviamente del tutto omogeneo e alcuni centri, soprattutto quelli sbilanciati verso il grande centro di potere e mercantile di Aquielia, mantengono forza e sostanza economica. A Concordia sono ad esempio documentate folte presenze di mercanti orientali (siriani di Apamea) fino al V sec. d.C.

L’evoluzione economica si coglie molto chiaramente dallo studio delle città. Se fino alla fine del II secolo d.C. si coglono indizi di una qualche vitalità edilizia, questa si va in ogni caso sempre più indebolendo nel III e IV sec. d.C.; l’età severiana è l’ultima che registra interventi nelle aree forensi (come a Verona ed Oderzo) e da questo momento episodi di grandiosi rinnovamenti delle strutture si registra quasi solo nei grandi centri esterni alla regione come Aquileia, Milano e Ravenna. Da questo momento l’unica preoccupazione per i centri “minori” è costituita dalla salvaguardia dell’esistente, che si traduce in alcuni casi nell’abbandono di alcune aree urbane o nella trasformazione funzionale di strutture cittadine private e pubbliche. Fortemente significativo di queste profonde mutazioni in atto è il fenomeno del reimpiego del materiale da costruzione, che segna ad un tempo la ricerca di un risparmio energetico ed economico nella pratica edilizia e la decisione di abbandonare complessi urbani non più utili.

Anche le necropoli manifestano segni di evoluzione; una contrazione demografica è indicata la generalizzata diminuzione numerica dei contesti tombali e delle aree necropolari a partire dal II sec. d.C.; non mancano tuttavia i casi di buona continuità di alcune necropoli attraverso il III sec. e fino al IV sec. d.C. (e V secolo d.C.) o la ripresa d’uso di altri dopo fasi di stasi, come pure documentata è la presenza di alcuni sarcofagi di elevato pregio per la sempre più ristretta e più ricca classe agiata.

Ma non solo dalle città emerge un panorama di difficoltà del sistema urbano e sociale. Indicativo è anche il fatto che verso la fine del II sec. d.C. diversi santuari extraurbani (nel caso di Este) vedano cessare la loro frequentazione e che dallo stesso periodo le campagne inizino a conoscere quel lungo processo di spopolamento e accentramento insediativo che sarà tipico del millennio che segue fino alla “ricolonizzazione” bassomedievale.

Il testo e le immagini (con referenze fotografiche) sono tratti da:
J. Bonetto, I. Venturini, L. Zaghetto, Veneto, Archeologia delle Regioni d’Italia, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 2009.