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Le risorse

Al ricco spettro di assetti ambientali fin qui cursoriamente delineato faceva riscontro un’altrettanto ampia gamma di risorse disponibili per l’uomo.

Particolarmente raro e pregiato era il sale, che proveniva abbondante dallo sfruttamento degli estesi spazi lagunari. Basilare per uomini e animali, il sale veneto costituiva la sola alternativa alle miniere transalpine o centro-italiche e venne ricordato con enfasi già da Cassiodoro come primario mezzo di scambio (“moneta di sostentamento”) e frutto di ricchezza per le popolazioni venete costiere (Cassiodoro, Variae, XII, 24). Sebbene di minore rilievo economico, anche lo sfruttamento della fauna ittica doveva risultare importante per la fascia costiera. I rinvenimenti archeologici e ancor più le fonti latine, come Plinio e Marziale (Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, IX, 22, 75; IX, 61; XXXII, 150; Marziale, Epigrammata, XIII, 8 ); Eliano, De natura animalium, XIV, 8 ), ricordano varie tipologie di prodotti della pesca, quali i nerissimi pectines altinati (peoci), il gobius (ghiozzo), il lupus (spigola o branzino) o le anguille assai grasse del vicentino Retrone/Bacchiglione e del Mincio.

Su tutti spiccavano però i prodotti dell’immensa e fertilissima pianura, la cui fertilità è dichiarata già nel II sec. a.C. da Polibio come superiore a quella di qualsiasi altra regione del mondo a lui conosciuto (Polibio, Historiae, II, 14, 7; II, 15, 1-6). Il tema di questa ricchezza è ripreso alla fine del I sec. a.C. da Strabone (Strabone, Geographia, V, 1, 3; V, 1, 4; V, 1, 12), come più tardi da Plinio (Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XVIII, 127-128), da Tacito (Tacito, Historiae, II, 17, 1), da Plinio il Giovane, che ricorda in regione Transpadana summa abundantia (Plinio il Giovane, Epistulae, IV, 6, 1), e da altri autori ancora.

Tali testimonianze, le analisi palinologiche e altre fonti illustrano la presenza di coltivazioni di vari cereali (farro, frumento, panico, avena), di legumi, di viti (negli ambienti paracostieri altinati, nelle paludi patavine e nei colli veronesi, dove si produceva il famoso vinum raeticum), di alberi da frutto (nell’area veronese) e di foraggio fresco in quantità; traccia delle forme agricole intensive che caratterizzavano la regione almeno da età romana è certamente la rigida organizzazione agraria centuriale che copre l’intero territorio del Veneto.

L’ampiezza della pianura permetteva inoltre la conservazione di ampie distese di terreni non coltivati, utilizzati come pascolo per accrescere le potenzialità delll’allevamento. Questo costituiva un altro settore economico vissuto in simbiosi con quello agricolo. Molto noto era quello dei suini (Polibio, Historiae, II, 15, 3; Catone in Varrone, De re rustica, II, 4, 10-11), ma ancor più quello dei cavalli, celebrato dalle fonti greche (Omero, Iliade, II, 851-852; Alcmane, D. L. Page, Poetae Melici Graeci, I, 45-54; Euripide, Hippolytus, 228-231 e 1131-1135); la diffusione dell’allevamento degli equini venne però in gran parte soppiantata in età romana da quello degli ovini (Strabone, Geographia, V, 1, 4), sicuramente più redditizio in termini economici e commerciali nell’ampliato mercato italico. In merito a questo le fonti letterarie (tra le molte: Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, VIII, 190-191; Columella, De re rustica, VII, 2, 3; Plinio il Giovane, Epistulae, II, 11, 25; Strabone, Geographia, V, 1, 7 e 12; Marziale, Epigrammi, XIV, 143), epigrafiche ed archeologiche hanno rivelato negli ultimi anni l’esistenza di un sistema di allevamento di larghissima importanza grazie alla produzione lanaria, che doveva avere nei due centri di Padova e Altino i suoi centri principali. Le pratiche allevatorie legate alle pecore possedevano un carattere non solo stanziale, ma anche migratorio e transumante che fruiva delle notevoli risorse pascolative del settore prealpino e alpino.

E tra le risorse che la pianura offriva vanno ricordati i ricchissimi bacini di argilla per la produzione di laterizi e di ceramica, ma anche le aree palustri e boschive da cui si traevano prodotti per il consumo alimentare e legname per l’edilizia o la cantieristica navale.

Immediatamente alle spalle delle lagune si aprivano quelli che Polibio descrive come i più grandi e i più fertili spazi planiziari dell’Europa (Polibio, Historiae, II, 14, 7). Queste pianure occupano più della metà del territorio regionale (circa il 56 % pari a 10.371 kmq.) e ne interessano tutto il settore meridionale e centrale, tra il mare e la base dei primi rilievi prealpini. Questa fascia di piatto territorio si estende dai confini sud-occidentali della regione (a contatto con la Lombardia e l’Emilia) fino a quelli nord-orientali (verso il Friuli) con una larghezza decrescente da circa 110 a 55 km. Essi si formarono durante gli ultimi due milioni di anni (età Quaternaria) per il trasporto a valle da parte dei fiumi di enormi quantità di detriti, che andarono a colmare il grande spazio marittimo interposto tra gli Appennini dalle Alpi per formare la pianura padana e veneta; questa si connota per l’assolutà regolarità morfologica, la leggera pendenza dalla base dei rilievi a nord-ovest (dove le quote massime raggiungono i 100-120 m.s.l.m.) verso il mare a sud-est e dalla ricchezza di risorse idriche superficiali (fiumi) e in sottosuolo, fattori decisivi per le possibilità di sfruttamento agrario che costituì la base della ricchezza della regione.

Pascoli e greggi nelle montagne venete.

Lo sfruttamento del bosco trovava però il suo luogo d’elezione nella fascia pedemontana, prealpina e alpina, da cui proveniva materiale ligneo che trova riflesso in un abbondante numero di iscrizioni relative a singoli commercianti della materia prima o addirittura alle associazioni professionali dei fabri o dei dendrophoroi. La materia prima scendeva agli insediamenti di pianura lungo i numerosi corsi d’acqua (Brenta e Piave soprattutto), come avveniva fino a pochi decenni fa. La medesima “strada” era utilizzata per trasferire dai bacini montani di approvvigionamento un’altra fondamentale risorsa offerta dalle zone dei rilievi e rappresentata dalla pietra da costruzione. Ottimi calcari provenivano infatti dalle montagne e colline veronesi, come la Valpolicella e la Valpantena; la “scaglia rossa”, il “tufo”, il “bianco Verona” e il “rosso veronese” vennero impiegati in tutto il Veneto e furono pure esportati per largo impiego fino in Lombardia e in Emilia. Sempre dalla fascia Prealpina si segnalava poi anche la “pietra del Cansiglio”, calcare di colore chiaro e grana grossa tuttora utilizzato.

Fondamentali per le cave di pietre da costruzione erano anche i rilievi collinari della pianura, costituiti dai Colli Berici e dai Colli Euganei. Dal primo bacino provenivano calcari teneri (“pietra di Nanto” e “pietra di Vicenza”) sfruttati a partire almeno dal VI sec. a.C. e fino all’età romana non solo in Veneto ma anche in area lombarda. Dai Colli patavini (soprattutto l’area sud-orientale tra Battaglia Terme e Monselice) invece era estratta da età protostorica soprattutto la pregiata trachite vulcanica (“trachite grigia”), apprezzatissima per le proprietà meccaniche, di resistenza all’acqua e compattezza che ne determinarono l’esportazione fino alle aree centroitaliche.

Il testo e le immagini (con referenze fotografiche) sono tratti da:
J. Bonetto, I. Venturini, L. Zaghetto, Veneto, Archeologia delle Regioni d’Italia, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 2009.