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La costa

La fascia bassa ed esterna della regione, indicata dal naturalista Plinio il Vecchio come Venetia maritima (Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, III, 126-130; VI, 218), è segnata da un arco costiero esteso per circa 130-150 km ed è dominata dalla presenza di lagune che erano riconosciute come individualità geografica dal nome proprio di Venetia, termine utilizzato sia con significato più ristretto per indicare l’area lagunare veneta sia con significato più allargato a definire tutti gli spazi compresi tra il mare e il Veneto continentale.

Veduta di spazi lagunari con barene e ghebbi

Il tema dell’estensione degli spazi lagunari in epoca pre-protostorica e romano-tardoantica ha suscitato da sempre dibattiti accessi tra studiosi; alcuni si sono spinti a sostenere una totale emersione dei terreni in questa fascia. Questa è forse l’unica ipotesi che può essere rigettatata perché contrasta con risultati di vari studi archeologici e morfologici e perché una fonte diretta come Tito Livio afferma (Tito Livio, Ab Urbe condita, X, 2, 5-6) che si succedevano dal mare all’interno un tenue praetentum litus, poi stagna … inrigua aestibus maritimis e sullo sfondo agros haud procul campestres, ulteriora colles. Prove certe dell’esistenza della laguna sono ancora la menzione di una limnothalatta e di paludi da parte di Strabone (Strabone, Geographia, V, 1, 5; V, 1, 7). E’ invece tema di giusto dibattito l’inquadramento cronologico di quelle variazioni delle aree lagunari che si dovettero registrare tra aree emerse e sommerse in seguito a fenomeni ciclici di avanzamento e arretramento del mare. Un dato ormai acquisito sembra essere un arretramento del mare nella tarda età del ferro che condusse in età romana all’emersione e alla frequentazione di molte aree a ridosso del margine interno della Laguna settentrionale, particolarmente nelle zone di S. Erasmo, Burano, Torcello e Altino.

Gli spazi lagunari tornarono ad espandersi producendo una riduzione del tasso di popolamento per un nuovo avanzamento delle acque dal V-VI sec. d.C.

Le lagune venete

Tutte le aree anfibie risultavano “strumenti ambientali” utilissimi nelle comunicazioni, perché garantivano un’eccellente mediazione tra il mare aperto e la terraferma, oltre che una protetta navigazione lungo l’intero arco nord-adriatico. Esse dovevano inoltre già essere stabilmente frequentate prima dell’epopea veneziana, come mostrano i sempre più numerosi reperti di età greca e romana emergenti dai contesti lagunari; l’ambiente, contrariamente a quanto si possa pensare, si offriva favorevole all’insediamento stabile e strutturato; infatti per il fenomeno del fluire e rifluire delle maree, le aree paralagunari e le isole delle lagune potevano godere di un continuo ricambio idraulico che Vitruvio esplicitamente menziona e pone alla base dell’“incredibile salubrità” delle Gallicae paludes (Vitruvio, De architectura, I, 4, 11).

A sud delle lagune il territorio regionale moderno mostra la grande cuspide deltizia del Po; prima della diversione dei bracci del grande fiume operati nel Rinascimento, la linea di costa doveva però trovarsi molto più arretrata, come mostrano le tracce di alcune serie paralelle e non coeve di dune costiere, le più antiche delle quali riferibili alla fine del II millennio a.C., che si snodano per una fascia estesa da Brondolo (Chioggia) fino ad Ariano Polesine-Mesola.

Il testo e le immagini (con referenze fotografiche) sono tratti da:
J. Bonetto, I. Venturini, L. Zaghetto, Veneto, Archeologia delle Regioni d’Italia, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 2009.